Homepage Presentazione 8 Settembre 1943 Il Tenente Vittorio Vialli Le ragioni del nostro impegno Il percorso espositivo Gli obiettivi dell'iniziativa Comunicati e News Link utili Informazioni
Prigionieri per la Libertà - Ricordare il passato per progettare il futuro - Mostra FotograficaPrigionieri per la Libertà - Ricordare il passato per progettare il futuro - Mostra FotograficaPrigionieri per la Libertà - Ricordare il passato per progettare il futuro - Mostra Fotografica
Prigionieri per la Libertà - Ricordare il passato per progettare il futuro - Mostra Fotografica

8 Settembre 1943

L'8 settembre 1943 alle 19,45, il maresciallo Pietro Badoglio annunciò radiofonicamente alla nazione la firma dell'armistizio con il generale Eisenawer. Immediatamente dopo il re Vittorio Emanuele III con la famiglia reale, lo stesso Badoglio, i generali Carboni e Ambrosio, e il capo di stato maggiore dell'esercito Mario Roatta, abbandonarono Roma diretti verso Brindisi lasciando i nostri militari privi di ordini precisi.
Una nazione prostrata da lutti, bombardamenti e fame ascolta le parole di Badoglio e solo per un attimo si illude che la guerra sia finita. L'abbandono di Roma da parte del re, dei ministri e dello Stato Maggiore dell'esercito e la fulminea azione della Wehrmacht con l'operazione Achse (Asso), precipitano il Paese in una delle più difficili situazioni della sua storia.
I nostri ufficiali che non erano addestrati a dare ordini, ma ad eseguirli, si trovarono in un comprensibile stato confusionale che li rese facili prede delle truppe tedesche, preparate all'evento sin dal luglio.
Nei giorni successivi iniziarono una serie di rastrellamenti ai danni dei nostri militari che dovettero arrendersi all'aggressione tedesca. Tentativi di difesa ci furono in Trentino Alto Adige e in Francia, ma servirono soltanto a fare aumentare il numero delle vittime. Non si può non ricordare il coraggio della divisione Acqui che a Cefalonia, in Grecia, scelse di lottare con la conseguente autodistruzione (furono 9646 le vittime).
Circa 716.000 militari furono catturati e trasportati nei lager tedeschi e polacchi. Il loro viaggio durò giorni, ammassati in vagoni bestiame (circa 40 ogni vagone) senza cibo né acqua, ma a tutto ciò bisogna aggiungere le umiliazioni che la popolazione tedesca riservava al loro passaggio nelle stazioni. Erano i badogliani, i militari di Badaglio, coloro che non avevano rispettato i patti siglati in precedenza tra l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. Gli italiani non ebbero mai una gran considerazione in Germania, infatti, nel luglio 1941, quando i soldati italiani e quelli tedeschi marciavano assieme, l'ufficio per la politica razziale del partito nazionalsocialista propose con il consenso delle "supreme autorità del partito", il divieto di matrimonio tra italiani e tedeschi. E nel '44 quando ai nostri internati militari fu riconosciuto lo stato di lavoratore libero, una circolare del Capo della Cancelleria Martin Bormann, dispose che fossero segretamente vietati rapporti intimi tra uomini italiani e donne tedesche, tutto ciò a difesa della purezza del sangue tedesco, ma ora erano considerati dei traditori e come tali trattati. Quelli furono anni di totale abbandono a se stessi; il loro stato giuridico di "lavoratori" e non di "prigionieri" che fece si che anche la Croce Rossa internazionale li ignorasse diversamente da quanto accadeva altri prigionieri cui venivano periodicamente consegnati pacchi con viveri e vestiario.
Fame, freddo, condizioni igienico sanitarie precarie, sarà quello che li attenderà all'arrivo nei lager. Numerati e schedati come merce saranno costretti a fare una scelta: collaborare con le truppe tedesche o la Repubblica Sociale di Salò e quindi tornare in Italia, o rimanere in un lager e andare a lavorare nelle fabbriche o nelle campagne tedesche. Non sarà facile per loro scegliere, dire no alle lusinghe di un immediato trattamento migliore, di un pasto caldo e un letto comodo, ad una divisa pulita (alcuni soldati indossavano in inverno ancora le divise estive di quando li catturarono).
Circa 100.000 soldati accettarono, le tentazioni di una sistemazione migliore fu forte, ma soprattutto l'idea di tornare a casa e magari fuggire all'arrivo in patria, lo era ancora di più. Gli optanti furono immediatamente separati e avviati ai campi di addestramento dove vennero formate quattro divisioni destinate a tornare in Italia nel 1944 per essere impiegate contro le forze della resistenza. 600.000 militari scelsero la non collaborazione, rimasero a soffrire in un lager, vivere al freddo in baracche, a combattere contro malattie, pulci e pidocchi. Perché dissero no? Perché fedeli al giuramento militare fatto, no perché stanchi di combattere, no perché fiduciosi di un'imminente fine dei combattimenti, no per una questione di dignità umana. Un no carico di sofferenze, di soprusi, di stenti, ma sarà un no libero che porterà anch'esso ad una liberazione dal nazismo. Secondo uno studio statistico realizzato nel 1994 su circa 450 ex Imi di cui il 23% ufficiali, il 30% disse NO per ragioni militari, (non volevano combattere contro gli italiani) il 26% per questioni etiche ( fedeltà al giuramento , dignità e solidarietà verso i compagni di sventura) ; il 24% per motivi ideologici (erano anti nazisti, liberali, cattolici) e un 20% per ragioni diverse tra le quali la percezione che il conflitto volgeva a termine anche se la fine avvenne solo molto tempo dopo. Proprio il tenente Vialli in un suo libro afferma che " la scelta fu dettata in parte dal risentimento e rabbia per le molte umiliazioni subite: Ma credo che sia più giusto dire che gli IMI affrontarono da soldati quelle situazioni e seppero resistere come se si trovassero su una ideale prima linea ".
Questo capitolo di storia sarà per anni dimenticato, saranno gli stessi internati a volerlo. Già durante la loro prigionia, nelle poche lettere che riuscirono a far pervenire alle famiglie, cercarono di nascondere le loro reali condizioni di vita.
Al ritorno in patria, dopo la liberazione del '45, circa il 90% si ammutolì e non raccontò mai quello che successe in quei tragici mesi, l'unica loro preoccupazione era quella di tornare a vivere, di ricostruire un paese distrutto dai bombardamenti, ma soprattutto dimenticare.
50.000 militari non riuscirono a tornare a casa, morirono per varie malattie o ingiustificate fucilazioni portando con loro la speranza della fine di quei giorni e di riabbracciare i loro cari.
Questa mostra vuole raccontare questa storia utilizzando le fotografie del tenente Vittorio Vialli, che documentò a rischio della propria vita e quella dei suoi compagni, la storia di 600.000 internati militari italiani.




Edizione 2007 Mostra Prigionieri per la Libertà Edizione 2008 Mostra Prigionieri per la Libertà Edizione 2009 Mostra Prigionieri per la Libertà Edizione 2009 Mostra Prigionieri per la Libertà Edizione 2009 Mostra Prigionieri per la Libertà Edizione 2010 Mostra Prigionieri per la Libertà
videogallery
Prigionieri per la Libertà - Ricordare il passato per progettare il futuro - Mostra Fotografica
Infoline: Cisl Rimini Tel. 0541.799800 - e-mail: ust.rimini@cisl.it
ust.rimini@cisl.it Adria Web